Il mago di Earthsea

“Il mago di Earthsea”: una favola pedagogica per il cambiamento pt. 2

Segue la seconda parte dell’articolo “Il mago di Earthsea”: una favola pedagogica per il cambiamento; trovate l’inizio sul sito di Mercuzio and Friends.


Giunto alla fine degli studi riguardanti le arti magiche, Ged matura la convinzione di dover utilizzare la magia per modificare quanto lo circonda solo in caso di vera necessità, poiché “accendere una candela è gettare un’ombra” (Le Guin, 1989, pag. 47). 

Il passaggio in questione del romanzo ha la capacità di rappresentare l’opposizione da parte dell’orientamento trasformativo a coesistere con posizioni estremiste. Da un lato, la passività di chi nega il poter cambiare lo status quo, cadendo nel fatalismo. Dall’altro, la tirannia delle classi potenti, che abusano del ruolo al fine di imporre un controllo dispotico sulle libertà altrui. La loro origine deriva, rispettivamente, da un’educazione autoritaria o eccessivamente permissiva, che si alimentano vicendevolmente, giacché l’inerzia della società mantiene l’oligarchia di oppressori in grado di rendere inerte il popolo oppresso.

Fra i due poli opposti, la pedagogia dell’indignazione indica  il “giusto mezzo”. Indignarci di fronte a sistemi e logiche inaccettabili non indica esprimere rabbia violentemente, piuttosto una profonda reazione etica, causata da strutture sociali in contraddizione con la dignità delle persone (Freire, 2021).

Dalla medesima citazione bisogna ricavare un ulteriore insegnamento: la volontà di trasformare le strutture regolatrici della nostra vita deve tener conto della loro interconnessione, amplificata dai fenomeni dell’era postmoderna. L’interdipendenza tecno-economica ha cominciato ad influenzare molteplici Paesi con l’avvento della globalizzazione, mentre la crescente dipendenza dalla biosfera dovuta al suo sfruttamento mette in pericolo il comune destino ecologico del pianeta. Rapidi sviluppi nel settore tecnico portano la necessità di trasmettere una corretta concezione della tecnologia, né perennemente al servizio del benessere, né sempre dannosa. Tutti i processi elencati vanno sottoposti ad una vigilanza eticamente connotata e allo scrutinio politico, guidati da ideali di cura e servizio (Morin, 2020; Freire, 2021).

Ogni trasformazione sembra impossibile in assenza dell’abilità di riconoscere e nominare cosa modificare, il primo obiettivo dei metodi basati sulla coscientizzazione. Il giovane mago, giunto alla fine dell’avventura, sconfigge l’ombra chiamandola con il suo vero nome. Parimenti, le attuali minacce alle comunità umane sono da identificare guardando oltre i bias che utilizziamo ingenuamente nei loro confronti, distorcendone la natura. Uno dei più comuni riguarda la difficoltà a distinguere l’indispensabile dal superfluo a livello esistenziale. Viviamo permeati dalla logica edonistica del consumismo, tanto da dimenticare l’importanza primaria della piena realizzazione individuale e comunitaria (Le Guin, 1989; Freire, 2021; Morin, 2020). La tendenza a quantificare la totalità dello scibile in termini numerici classici, altra euristica dannosa, deriva sempre da un’impostazione capitalistica:

Aggiungiamo che la concezione tecno-economica predominante privilegia il calcolo come sistema di conoscenza delle realtà umane (tassi di crescita, PIL, sondaggi ecc.), mentre la sofferenza e la gioia, l’infelicità e la felicità, l’amore e l’odio sono incalcolabili. Così, non è soltanto la nostra ignoranza, ma anche la nostra conoscenza a renderci ciechi (Morin, 2020, p. 42).

Forse, però, l’errore cognitivo maggiormente deleterio concerne la disumanizzazione. Agli occhi della gente cresciuta in ambienti disumanizzati, e disumanizzanti, una persona appartenente ad una categoria differente, non più un lui o una lei, assume le sembianze di “quella cosa là”, “essa”. Meccanismo ugualmente valido per il rapporto con l’intero ecosistema, in un periodo di emergenza ecologica dovuto al depauperamento abusivo delle risorse ambientali, viste alla stregua di meri strumenti da utilizzare a piacimento (Freire, 2021).

Educare, mettendo in atto il cambiamento trasformativo, vuol dire innanzitutto ideare e trasmettere possibili soluzioni ai suddetti problemi. A tal fine, non si può prescindere da un ripensamento della prassi relativa alla disciplina stessa. Risolvere, cioè, le criticità interne all’ambito educativo, spesso derivanti dalle problematiche sociali e globali discusse precedentemente, che si accrescono le une le altre in un circolo vizioso. Persistente nel campo dell’istruzione, ormai ridotta ad un’”industria globale della misurazione” (Biesta, 2022, p. 8), la learnification descrive un’idea di insegnamento che mira esclusivamente ad uno scopo: l’apprendimento nozionistico. Essenzialmente, la formazione scolastica viene ridotta ad un insieme di performance misurabili mediante test oggettivi di profitto, trascurando ampie questioni pedagogiche (Biesta, 2022):

Mi pare perfino ovvio che l’educazione di cui abbiamo bisogno, in grado di formare soggetti critici, capaci di ragionare velocemente, dotati di senso del rischio, curiosi di indagare, non possa essere quella che stimola negli educandi la memorizzazione meccanica. Quella che allena invece di formare. Non un’educazione che «deposita» i contenuti nella mente «vuota» degli educandi, ma un’educazione che, al contrario, li sfida a pensare correttamente. Dunque un’educazione che affida all’educatore o all’educatrice il compito di insegnare agli educandi sia i contenuti, sia a pensare criticamente. Apprendere un contenuto senza imparare a pensare con rigore, vale a dire a comprendere le ragioni d’essere di un oggetto, impedisce di acquisire quella rapidità del ragionamento ormai indispensabile per soddisfare certe esigenze. D’altra parte, pensare in modo corretto è fondamentale tanto quanto la libertà creativa per affrontare le nuove sfide che le innovazioni tecnologiche oggi ci pongono (Freire, 2021, p. 102-103).

Lontano da un modello tecnicista di ripetizione fine a sé stessa, gli educandi verrebbero responsabilizzati ad affrontare coraggiosamente le sfide della contemporaneità, e a gestire la paura di compiere sbagli. Dovrebbero sempre sperimentare situazioni sfidanti, per capire che sbagliare sia una fase del processo gnoseologico. Non c’è modo migliore per evitare l’errore di guardarsi dal demonizzarlo, assumendo un atteggiamento curioso nei riguardi della conoscenza, concepita secondo un’epistemologia di progressiva scoperta della materia da esperire (Freire, 2021).

Esemplifica la contestazione della learnification il metodo adottato da Ogion, il primo dei maghi che Ged incontra lungo il suo apprendistato. Causa di frustrazioni per il discepolo diventa l’intenzione del maestro di insegnargli principalmente le competenze del mago, piuttosto che i segreti della magia:

Passarono tre giorni, e poi quattro, e Ogion non aveva ancora pronunciato un solo incantesimo e non gli aveva insegnato un solo nome,  una sola formula magica, un solo sortilegio. […] ben presto Ged non ebbe più paura di lui; e dopo un altro paio di giorni si fece abbastanza ardito da chiedergli: — Quando incomincerà il mio apprendistato, signore?

— È già cominciato — rispose Ogion.

Ci fu un silenzio, come se Ged si trattenesse dal dire qualcosa. Poi lo disse: — Ma non ho imparato nulla. 

— Perché non hai scoperto ciò che sto insegnando — replicò il mago […].

— Tu vuoi operare incantesimi — disse dopo un po’ Ogion, continuando a cam-minare. — Hai attinto troppa acqua da quel pozzo. Aspetta. Essere uomini è pazienza. La maestria è pazienza nove volte […].

— Quando conoscerai il quadrifoglio in tutte le sue stagioni, radici e foglie e fiori e semi, alla vista e all’odore, allora potrai imparare il suo vero nome, conoscendo il suo essere:  e questo è più del suo uso. Dopotutto, che utilità hai tu? O io stesso? La montagna di Gont è utile? O il mare aperto? —

Ogion proseguì per circa mezzo miglio, poi disse: — Per udire, bisogna tacere.       

(Le Guin, 1989, p. 26-28).

Anziché far apprendere velocemente un insieme di saperi utili, sarebbe opportuno da parte degli insegnanti mirare, appunto, a rallentare la procedura per riuscire nel segnarne profondamente la direzione. Sebbene appaia anacronistico nella postmodernità, data la posizione di privilegio rivestita dall’efficienza e dal rendimento, occorre constatare che la conquista della portata di senso sia inversamente proporzionale alla rapidità. Procedere in modo celere impedisce lo sviluppo della capacità di giudizio, perché la aggira (Nosari, 2018).

Ogion e gli altri maestri mantengono su un piano subordinato le domande del protagonista, finalizzate ad inventare il senso dell’esistenza; incentivano l’allievo a porsi quesiti che, invece, lo re-inventano. “Come funziona?” e “quanto misura?” Appartengono alla prima categoria, siccome ambiscono a scoprire verità attraverso un utilizzo alternativo del sapere pregresso, capaci di ridefinire il rapporto natura-cultura (Le Guin, 1989; Nosari, 2018). Gli interrogativi volti a re-inventare, diversamente, spingono a porci il problema di quale fine orienta l’intervento dell’uomo:

«Che senso ha?»  è domanda che dà la  «prima esistenza» a «qualcosa» che non solo non era prevedibile o anticipabile, ma non era in alcun modo possibile. È una domanda «insolita», inoltre, in quanto domanda di chi si trattiene (fino a fermarsi) per non far parte del cambiamento semplicemente per come è. È la domanda di chi, coltivato da una frequentazione che «incontra» il mondo, intende far-vedere la possibilità che egli stesso  «sogna»  per il cambiamento,  una possibilità segnata umanamente. È la domanda che fa-vedere i progetti che l’uomo ha per il mondo: progetti dalle grandi ambizioni che sognano di scombinare (e che a volte, segretamente, sognano di rovesciare) l’ordine delle cose per dar vita a un «altro» mondo (Nosari, 2018, p. 17).

“Che senso ha?” è un’interrogazione posta nell’incontro con le differenti situazioni particolari, ogni volta di nuovo. Stabilisce un (ri-)fondamento dell’educazione,  consolidando la capacità che permette agli esseri umani di prender parte al cambiamento come principi-d’azione (Nosari, 2018). 

Grazie a questa ricerca di significato, il protagonista, prima irascibile e superbo, bramoso di comprendere i poteri arcani, diventa una mago saggio, artefice delle imprese eroiche narrate nel libro. Analogamente, le nuove generazioni vanno allenate a puntare verso un orizzonte etico ed assiologico, quello che indirizza le trasformazioni socio-pedagogiche da compiere oggi, per creare un domani ricco di benessere, virtù e bellezza.

Bibliografia

Biesta, G. J. J. (2022). Riscoprire l’insegnamento (V. Santarcangelo, Trad.; F. Cappa & P. Landri, a cura di). Raffaello Cortina Editore.

Freire, P. (2021). Il diritto e il dovere di cambiare il mondo: Per una pedagogia dell’indignazione (J. Falconi, Trad.). Il Margine.

Le Guin, U. K. (1989). Il mago di Earthsea. In La saga di Earthsea (R. Rambelli, Trad.). Editrice Nord.

Morin, E. (2020). Cambiamo strada: Le 15 lezioni del coronavirus (R. Prezzo, Trad.). Raffaello Cortina Editore.

Nosari, S. (2018). Pedagogia del cambiamento. UTET Università.

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